Una chiesa piena di biciclette
Sabato 10 ottobre 2026 il Lombardia è passato ancora una volta davanti alla Madonna del Ghisallo, la chiesetta sopra Bellagio dove i ciclisti appendono le biciclette alle pareti. La corsa, arrivata alla centoventesima edizione, era partita da Bergamo, aveva costeggiato il lago da Lecco fino a Bellagio e da lì aveva preso la salita classica, quella dei tornanti nel bosco, scollinando a una sessantina di chilometri dall'arrivo.
Mancava Tadej Pogačar, che l'aveva vinta le cinque volte precedenti ed era fermo dalla fine di agosto per una caduta alla Vuelta. Sul traguardo di Como è arrivato da solo Paul Seixas, un francese che aveva compiuto vent'anni da sedici giorni: nessuno aveva mai vinto la classica delle foglie morte così giovane, nemmeno Giovanni Gerbi, che nel 1905 si era preso la prima edizione.
In cima alla salita, a 754 metri, c'è una chiesa piccola, con un portico a tre arcate e un campanile più vecchio del resto dell'edificio. Dentro, dove altrove si appendono cuori d'argento e tavolette votive, ci sono biciclette: quelle dei Tour de France di Gino Bartali, una Bianchi di Fausto Coppi, il telaio piegato di Fabio Casartelli, il campione olimpico comasco morto al Tour del 1995. Intorno, maglie rosa e gialle, gagliardetti, centinaia di fotografie di ciclisti che non ci sono più. E una fiaccola di bronzo accesa dal 1949, l'anno in cui Pio XII proclamò la Madonna del Ghisallo patrona dei ciclisti.
Il 14 ottobre il Museo del Ciclismo, costruito accanto alla chiesa, compie vent'anni, e fino al 1° novembre, quando chiude per l'inverno, ospita una mostra di venti biciclette che va da Marco Pantani a Pogačar.
Chi sale in bici trova una salita che i ciclisti di mezzo mondo conoscono per nome, chi arriva in auto o in autobus trova un posto che si capisce anche senza aver mai pedalato.

