L'isola maledetta del Lario: la scomunica e il rito del fuoco

29 Maggio 2026

L'isola maledetta del Lario: la scomunica e il rito del fuoco

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Lorenzo Tettamanti e Lorenzo Bradanini

Tempo di lettura: 10 minuti

















L'isola maledetta del Lario

Comacina,l'unica isola del Lago di Como,è stata rasa al suolo,disabitata per otto secoli e «condannata» da una formula che tutti citano come la maledizione di un vescovo. I documenti,però,raccontano una storia diversa,e più interessante.

C'è un punto,sul ramo di Como che volge a mezzogiorno,dove il lago si stringe tra Sala Comacina e la punta di Balbianello,e lascia affiorare l'unica vera isola del Lario: un fuso di roccia e verde lungo poco più di seicento metri e largo poco più di duecento.

Da Ossuccio,sull'altra riva,sembra di poterla toccare: la separano dalla terraferma poco più di cento metri d'acqua.

Eppure per quasi ottocento anni,su quella striscia di terra a portata di remo,non ha vissuto nessuno. Non per caso. Non per dimenticanza. Ma perché,così racconta la tradizione,un vescovo l'aveva condannata.

Questa è la seconda puntata della serie sui misteri del Lario. Nella prima abbiamo seguito una fonte che pulsa da prima dell'Impero Romano e una villa-fortezza voluta da un assassino,a Torno.

Qui ci spostiamo di una decina di chilometri,davanti al borgo di Lenno,per raccontare un'isola distrutta in un solo giorno,una maledizione che probabilmente non è mai stata pronunciata da chi crediamo,e tre uomini che nel Novecento ebbero il coraggio (o l'incoscienza) di tornarci.

Come sempre: con scrupolo,separando il documento dalla leggenda.

Un fazzoletto di terra che valeva una guerra

L'Isola Comacina non è affatto grande,ma è davvero unica. E in un lago come il Lario,profondo 410 metri e lungo decine di chilometri,l'unico punto fortificabile in mezzo all'acqua vale,militarmente,molto più della sua superficie.

Abitata fin dall'epoca romana,l'isola fu rifugio e caposaldo: dei Bizantini contro i Longobardi nel VI secolo,poi dei Longobardi stessi.

Nel Medioevo divenne una piccola cittadella autonoma,sede di una pieve (la cosiddetta «pieve d'Isola») e,secondo la tradizione raccolta dallo storico locale,arrivò a contare fino a nove chiese su quel solo scoglio. La basilica di Sant'Eufemia,di cui oggi restano i ruderi,sarebbe stata rifondata nell'XI secolo nell'ambito di un riassetto della diocesi comasca.

Era,insomma,un luogo ricco,fortificato e orgoglioso. Fin troppo orgoglioso per i suoi tempi.

1169: come si distrugge un'isola in un giorno

Per capire la fine bisogna partire dalla Guerra Decennale (1118–1127),il lungo conflitto tra Como e Milano per il controllo delle vie d'acqua e dei passi alpini.

Di quella guerra ci è arrivato un racconto eccezionale: il Liber Cumanus,sive de bello mediolanensium adversus comenses,poema epico in latino di un anonimo poeta comasco,l'Anonimo Cumano,che nel prologo dichiara di essere stato testimone diretto dei fatti.

In quel conflitto la Comacina,ambiziosa e desiderosa di prevalere sul lago,scelse di schierarsi con Milano. Fu la scelta sbagliata: Como,pur sconfitta militarmente (la città capitolò nel 1127 e si vide abbattere le mura),non dimenticò.

Quando il vento della storia cambiò,Como si alleò con l'imperatore Federico Barbarossa,nemico della Lega Lombarda,e con il suo aiuto contribuì alla disfatta di Milano. A quel punto venne il momento del conto.

Il 24 giugno 1169,giorno di San Giovanni Battista,i guerrieri comaschi,affiancati dagli uomini delle Tre Pievi (Dongo,Gravedona,Sorico) e con l'avallo imperiale,invasero la Comacina.

L'isola fu messa a ferro e fuoco: le fortificazioni abbattute perché non potessero essere ricostruite,le chiese rase al suolo (una soltanto,secondo la tradizione,fu risparmiata). I pochi superstiti fuggirono sulla riva opposta,a Varenna,che per questo fu chiamata per un certo tempo insula Nova,la «nuova isola».

Quel giorno finisce la storia della Comacina come comunità. Comincia quella della Comacina come luogo maledetto.

La maledizione che (forse) non era una maledizione

Qui serve la stessa onestà che abbiamo usato per la fonte di Plinio.

In rete circolano decine di articoli che raccontano la stessa scena: dopo la distruzione,il vescovo di Como Vidulfo (lo trovate scritto anche Vidulfio,o Bidulfo) avrebbe scagliato sull'isola una scomunica solenne:

«Non suoneranno più le campane,non si metterà pietra su pietra,nessuno vi farà mai più l'oste,pena la morte violenta.»

È una formula potente,perfetta per un blog di misteri. Il problema è che la fonte documentaria racconta qualcosa di leggermente,ma decisivamente,diverso.

La voce Isola Comacina di Wikipedia,e con essa la storiografia che la sostiene,attribuisce quelle parole non a una scomunica vescovile del 1169,ma a un decreto imperiale di Federico Barbarossa del 1175,con cui l'imperatore confermò il divieto di ricostruire fortezze,chiese e case sull'isola.

In altre parole: la frase che tutti citano come «la maledizione del vescovo» è documentata come un bando di guerra,un atto politico-militare per impedire che il caposaldo nemico tornasse a esistere.

La differenza è enorme. Una scomunica è soprannaturale; un decreto è una clausola di resa. La prima spiega ottocento anni di abbandono con il timore di Dio; il secondo li spiega con la geopolitica,l'economia e il diritto medievale: esattamente come,sull'altra riva,la fonte di Torno «pulsa» per un sifone carsico e non per magia.

Questo non vuol dire che la figura del vescovo sia pura invenzione: la tradizione popolare comasca ha cucito addosso a quel divieto il nome di un presule e il linguaggio dell'anatema,ed è da quella cucitura che nasce la leggenda.

Ma l'identificazione certa di un «vescovo Vidulfo» che pronuncia quella esatta frase nel 1169 appartiene al folklore,non agli archivi. Il documento dice imperatore,anno 1175,divieto di ricostruzione.

Detto questo: l'effetto fu reale. Per quasi ottocento anni nessuno ricostruì stabilmente nulla. Che la causa fosse la paura della scomunica o il rispetto del bando imperiale,il risultato non cambia: l'isola restò un cimitero di ruderi invaso dalle serpi.

Fino al 1947.

Gli uomini che sfidarono la condanna

Nel secondo dopoguerra tre uomini decisero che era ora di rompere l'incantesimo e aprire un ristorante proprio lì,sull'isola «condannata».

Erano il setaiolo comasco Carlo Sacchi,il campione di motonautica Sandro De Col e un oste conosciuto da tutti come «Cotoletta»,all'anagrafe Lino Nessi. Fondarono un club,«Amici dell'Isola»,e cominciarono i lavori.

Poi cominciarono anche le disgrazie. Sandro De Col morì in un incidente di motonautica. Carlo Sacchi fu ucciso a colpi di pistola durante una serata di gala a Villa d'Este,a Cernobbio: a sparargli fu la sua amante,la contessa Pia Bellentani,in uno dei casi di cronaca nera più clamorosi dell'Italia del 1948.

Due dei tre soci,morti entrambi di morte violenta,proprio come recitava la formula stessa.

Cotoletta,comprensibilmente scosso,pensò di mollare tutto. Fu allora che entrò in scena una scrittrice inglese in soggiorno sul lago,Francis Dale,che conosceva la storia dell'isola e suggerì un rimedio: un antico rito del fuoco,un esorcismo che,almeno secondo la tradizione che lei raccontò,affondava le radici nei riti propiziatori dei primi coloni greci e romani del Lario.

Il rito fu compiuto. I lavori si conclusero senza altri lutti. E da allora,racconta la Locanda,«non è morto più nessuno».

Per non rischiare,Cotoletta decise di ripetere l'esorcismo a ogni singolo pasto servito. Ancora oggi,alla fine del pranzo,davanti a tutti gli ospiti insieme,si prepara una miscela ardente di acquavite,zucchero e caffè,accompagnata dal suono di una campana: è il celebre «caffè col rito del fuoco»,un piccolo teatro di fiamme che esorcizza simbolicamente la scomunica del 1169.

Il menù della Locanda,fissato dai tempi di Cotoletta,è rimasto per decenni quasi immutato; tanto immobile che a un certo punto si è arrivati a chiederne la tutela come «bene culturale».

Nota di servizio,importante. La storica Locanda della famiglia Puricelli (erede di Cotoletta) è chiusa dall'ottobre 2019 a seguito di un contenzioso con la proprietà,la Fondazione Isola Comacina (di cui fa parte l'Accademia di Brera). L'isola resta visitabile,e il servizio di ristoro è stato oggetto di nuove procedure di concessione: prima di programmare un pranzo sull'isola,verificate lo stato attuale dell'apertura.

Il rito del fuoco è una tradizione legata a quella gestione: dare per scontato di trovarlo in funzione è,oggi,un azzardo.

Il re del Belgio e le case degli artisti

C'è un capitolo che quasi nessuno conosce,e che da solo varrebbe la gita.

L'ultimo proprietario privato dell'isola fu Augusto Caprani,albergatore ed ex sindaco di Sala Comacina. Durante la Prima Guerra Mondiale,per ammirazione verso l'eroica resistenza belga,decise di destinare la sua «proprietà insulare» al re Alberto I del Belgio.

Alla morte di Caprani,intorno al 1919,il re accettò la singolare eredità e nel 1920 la donò allo Stato italiano,con l'idea di farne una colonia di vacanze per artisti italiani e belgi. La gestione fu affidata,grazie all'interessamento del suo presidente,all'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano.

Da quel progetto nacquero le tre «case per artisti»,progettate dall'architetto Pietro Lingeri,nato a Bolvedro di Tremezzo,a un passo dall'isola,e tra i padri del Razionalismo italiano insieme a Terragni.

Commissionate all'inizio degli anni Trenta e completate tra il 1938 e il 1940,sono tre volumi essenziali di pietra di Moltrasio e legno,una rilettura moderna dell'architettura lariana ispirata alle case per vacanze di Le Corbusier. Restaurate tra il 2009 e il 2010,oggi ospitano residenze creative ed eventi culturali.

Così,sullo stesso scoglio,convivono i ruderi di una basilica paleocristiana e tre capolavori del modernismo. Da Federico Barbarossa a Le Corbusier,passando per un re del Belgio: pochi luoghi in Italia hanno una densità di storia simile per metro quadrato.

(E un dettaglio per cinefili: nel 1925 un giovane Alfred Hitchcock,secondo la tradizione,girò proprio qui alcune scene del suo primo film,The Pleasure Garden.)

E il Santo Graal? Calma.

Cercando «Isola Comacina mistero» vi imbatterete prima o poi nella leggenda secondo cui qui sarebbe stato nascosto il Santo Graal,custodito a fine VI secolo da papa Gregorio Magno prima del trasferimento a Roma,con tanto di Cavalieri Templari di contorno.

È una storia affascinante e va presa per quello che è: tradizione devozionale e suggestione,non documento. L'isola ebbe certamente un ruolo religioso di primo piano nell'alto Medioevo,e questo basta e avanza a spiegare la nascita del racconto.

Ma tra «importante centro cristiano» e «nascondiglio del calice di Cristo» c'è la stessa distanza che separa la storia dal mito. Noi,come al solito,ci fermiamo dove finiscono le prove.

Quando andare,e cosa vedere

Il momento perfetto: la Sagra di San Giovanni. È la più antica manifestazione del Lago di Como e mette in scena,ogni anno,la rievocazione dell'incendio del 1169. Per il 2026 i fuochi d'artificio sono in programma la sera di sabato 27 giugno,con la solenne processione e la Santa Messa tra le rovine di Sant'Eufemia domenica 28 giugno.

Lo spettacolo pirotecnico-musicale,tra i più spettacolari del Lario,inizia di norma dopo le 22 e dura quasi un'ora,con centinaia di barche illuminate a fare da cornice.

A questo si aggiunge l'antica tradizione dei lumaghitt: lumini ricavati dai gusci vuoti delle lumache (il piatto rituale della festa era polenta e lumache) e la regata delle lucie,le storiche imbarcazioni del lago.

Come arrivare. L'isola è raggiungibile in pochi minuti con i taxi-boat in partenza da Sala Comacina e da Ossuccio,oppure con i battelli di linea della Navigazione Lago di Como.

Nei giorni della Sagra il modo migliore per godersi i fuochi è dall'acqua,con una piccola crociera via barca: conviene prenotare con largo anticipo.

Cosa vedere,una volta sbarcati:

  • I ruderi della basilica di Sant'Eufemia,cuore archeologico dell'isola,tra i siti altomedievali più importanti del Nord Italia.

  • La chiesa di San Giovanni,ricostruita in epoca seicentesca,e le tracce delle altre antiche chiese.

  • Le tre case per artisti di Lingeri,lungo il «Sentiero degli artisti»: un piccolo pellegrinaggio per chi ama l'architettura razionalista.

  • A Ossuccio,sulla terraferma di fronte,il Museo Antiquarium,che raccoglie i reperti rinvenuti sull'isola,e alle spalle,il Sacro Monte della Beata Vergine del Soccorso,patrimonio UNESCO.

Portatevi scarpe comode e,anche d'estate,qualcosa per coprirvi: sul lago,all'imbrunire,un filo d'aria c'è sempre.

Un po' di quesiti ricorrenti

Perché l'Isola Comacina è considerata maledetta? Perché dopo la distruzione del 1169 rimase disabitata per quasi ottocento anni. La tradizione popolare attribuisce questo abbandono a una scomunica lanciata dal vescovo di Como Vidulfo. I documenti,però,riconducono la celebre formula («non si metterà pietra su pietra…») a un decreto imperiale di Federico Barbarossa del 1175,che vietava la ricostruzione: un bando militare,più che una maledizione religiosa.

Chi ha distrutto l'Isola Comacina? I comaschi,alleati di Federico Barbarossa e aiutati dalle Tre Pievi,il 24 giugno 1169. Fu una vendetta: durante la Guerra Decennale (1118–1127) l'isola si era schierata con Milano contro Como.

È vero che i fondatori del ristorante morirono? Due dei tre sì. Sandro De Col morì in un incidente di motonautica; Carlo Sacchi fu ucciso dalla contessa Pia Bellentani a Villa d'Este nel 1948. Il terzo socio,Lino «Cotoletta» Nessi,fece compiere un rito del fuoco esorcizzante e portò avanti la Locanda. Da qui nasce la tradizione del «caffè col rito del fuoco».

Si può visitare l'Isola Comacina? Sì. È raggiungibile con taxi-boat da Sala Comacina e Ossuccio o con i battelli di linea. Si visitano i resti archeologici,la chiesa di San Giovanni e le tre case razionaliste di Pietro Lingeri. La storica Locanda è però chiusa dal 2019 per un contenzioso: verificate lo stato del servizio di ristoro prima di partire.

Quando si tiene la Sagra di San Giovanni 2026? I fuochi sono attesi sabato 27 giugno 2026; processione e Messa sull'isola domenica 28 giugno. È la più antica festa del Lago di Como e rievoca proprio l'incendio del 1169.

Cosa c'entrano il re del Belgio e gli artisti? L'ultimo proprietario,Augusto Caprani,lasciò l'isola in eredità al re Alberto I del Belgio,che nel 1920 la donò allo Stato italiano. Affidata all'Accademia di Brera,ospitò il progetto di una colonia per artisti: da lì le tre case razionaliste costruite da Pietro Lingeri tra il 1938 e il 1940.

Il gran finale

Due misteri,di nuovo,separati da pochi secoli e da poche centinaia di metri d'acqua.

Da una parte la storia documentata: una piccola repubblica insulare che scommette su Milano e perde tutto; un imperatore che,con un decreto del 1175,vieta che torni a esistere; otto secoli di silenzio; un re del Belgio che regala l'isola all'Italia; un architetto del lago che vi costruisce tre capolavori moderni.

Dall'altra la leggenda: un vescovo che lancia un anatema,una condanna alla «morte violenta» che sembra inseguire chi osa tornare,un esorcismo del fuoco ripetuto a ogni pasto per tenere a bada la sciagura.

Come per la fonte di Plinio a Torno,la verità non è meno affascinante del mito: è solo più precisa. Il fascino della Comacina non sta nella maledizione di un vescovo che forse non l'ha mai pronunciata,ma nella regolarità con cui la storia (la guerra,il diritto,l'arte) ha plasmato un fazzoletto di roccia in mezzo al lago,lasciandolo vuoto abbastanza a lungo da diventare leggenda.

L'isola è lì,a cento metri dalla riva di Ossuccio,raggiungibile in pochi minuti di barca. I ruderi continuano a tacere. Le case di Lingeri continuano a guardare l'acqua. E ogni anno,alla fine di giugno,il lago si accende di nuovo per ricordare il giorno in cui tutto finì.

Salute,e occhi aperti.


Questa è la seconda puntata della serie sui misteri del Lario. Se vi è piaciuta,fatela girare: il prossimo scoglio di storia è già in cantiere.


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