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20 Maggio 2026

I Vini del Lago di Como

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Lorenzo Tettamanti e Lorenzo Bradanini

Tempo di lettura: 10 minuti

















I vini della regione del Lario

Il sole tramonta dietro le creste del Triangolo Lariano e la Breva inizia a soffiare da sud, risalendo il lago come una mano calda che accarezza la pietra dei terrazzamenti.

È il vento che da millenni asciuga le foglie delle viti aggrappate ai pendii del Lario, lo stesso che gli antichi conoscevano e a cui i contadini hanno dato un nome. Pochi sanno che dietro questa carezza si nasconde una delle storie enologiche più antiche e dimenticate d'Italia.

Tre territori si intrecciano qui in un nodo serrato: il Lago di Como con le sue colline terrazzate, la Brianza collinare e la Valtellina, che del Lario è prolungamento naturale e geologico.

Tre aree, tre denominazioni, una storia comune che attraversa più di duemila anni di vigneti, dimenticanze e rinascite.

La storia pre-romana: i Reti e l'uva raetica

Prima dell'arrivo dei Romani, sul territorio ci sono loro: i Reti. Si tratta di una popolazione alpina che gli storici antichi consideravano discendente degli Etruschi rifugiatisi sulle montagne dopo l'arrivo dei Galli.

Già lo storico Tito Livio nel libro V della sua Storia di Roma scrive che i Reti "senza dubbio" discendono dagli Etruschi, e Pompeo Trogo e Plinio il Vecchio confermano la tesi con altri particolari.

La storiografia moderna ha messo in discussione questa discendenza, ma resta il fatto linguistico: il retico è imparentato con l'etrusco, e i Reti occupavano un territorio che dalle Alpi scendeva fino al Lario e a Verona.

Erano viticoltori. La vitis raetica, l'uva retica, è una delle varietà più antiche citate nella letteratura latina. Catone il Censore, nel suo De agri cultura del II secolo a.C., è il primo a menzionarla.

Virgilio nella sua opera, le Georgiche, dedica loro un verso divenuto famoso: "Rhaetica? Nec cellis ideo contende Falernis" ("E la retica? Non per questo gareggi con i Falerni in cantina"). Una stoccata cortese, che ammetteva la qualità retica pur preferendo il Falerno campano.

Plinio il Vecchio, nato proprio a Como nell'anno 23 d.C. e quindi figlio di queste terre, nella Naturalis Historia descrive con precisione il vino retico e le tecniche dei suoi produttori.

Strabone, nella sua Geografia, scrive che "il vino retico, tenuto fra i più lodati d'Italia, si fa alle falde delle costoro montagne". E aggiunge un dettaglio tecnico straordinario: i Reti conservavano il vino in botti di legno di larice e pino, alcune di dimensioni enormi.

È una delle prime testimonianze al mondo della conservazione del vino in botti di legno anziché in anfore di terracotta, un'innovazione che cambierà l' intero settore dell' enologia mondiale.

Sul Lario, quel sapere si è radicato molto in profondità. Le colline che scendono al lago sono fatte di rocce e detriti morenici; si tratta di terreni naturalmente poveri di minerali, ma esposti, dove la vite trova quello che le serve: un costante afflusso di precipitazioni, la giusta esposizione solare, uniti ad un grande sbalzo termico tra giorno e notte.

Le condizioni perfette per fare vino di carattere, dal gusto e dal sapore deciso.

Il Medioevo monastico: archeologia fluida e memorie scritte

Dopo la caduta dell'Impero romano la viticoltura del Lario sopravvive nelle mani dei monaci. Sono gli ordini benedettini e cluniacensi che mantengono accese le braci dell'ars vinaria, copiano testi agronomici, piantano vigneti attorno ai monasteri.

La prima fonte documentata della viticoltura in Valtellina è precisissima: 18 dicembre 837, Delebio. Un atto contenuto nel Codex Diplomaticus Longobardiae registra una compravendita di vigneti nella bassa valle.

Da quel documento parte una catena ininterrotta di carte, contratti, decime: il vino in Valtellina è economia stabile da quasi milleduecento anni.

All'Abbazia di Piona, sul promontorio che si protende nel ramo orientale del lago, c'è una testimonianza visiva di quella civiltà. Nel chiostro romanico (lapidi datate 1252 e 1257) un ciclo affrescato dei mesi dell'anno racconta i lavori agricoli secondo il calendario contadino.

In luglio, la battitura del grano. In settembre, la cerchiatura delle botti per il vino nuovo. È archeologia che trasuda sapere, dipinta sul muro: il ritmo della vigna scandiva la vita monastica e contadina insieme, e quel ritmo è lo stesso che ancora oggi i viticoltori del Lario seguono.

Nella seconda metà del Quattrocento, il genio di Leonardo da Vinci, che in quel momento è impiegato alla corte di Ludovico il Moro a Milano, descrive la Valtellina nel Codice Atlantico, foglio 214: "Valtolina valle circumdata d'alti terribili monti, fa vini potentissimi e assai".

Otto semplici parole che pesano come un manifesto. Vini potentissimi: forti, strutturati, capaci di durare. Si tratta nientemeno che di Nebbiolo, meglio conosciuto in Valtellina con il nome dialettale di Chiavennasca, ed è il vino che da cinque secoli definisce l'identità enologica delle Alpi lombarde.

La viticoltura eroica e i terrazzamenti

Quando la Valtellina cede alla dominazione dei Grigioni (1512-1797), il commercio del vino si intensifica. I confederati svizzeri amano questo nebbiolo di montagna e ne fanno trasportare a dorso di mulo fino a 15.000 litri al giorno verso Coira, Zurigo, la Boemia.

Per poter far fronte a tale domanda di produzione di uva, i contadini valtellinesi compiono uno sforzo titanico: terrazzano le pendici della valle con muretti a secco.

Valtellina: 2500 km di muretti a secco e l'arte UNESCO

Oggi, tali terrazzamenti formano la più grande area vitata di montagna d'Italia: circa 850-980 ettari di vigne sostenute da 2500 chilometri lineari di muretti a secco, costruiti pietra su pietra senza malta, in equilibrio puro.

È l**'opera di muratura** più estesa della regione Lombardia, un monumento ben visibile, che fa onore alle generazioni che l'hanno alzata.

Nel 2018 l'UNESCO ha iscritto "l'arte dei muretti a secco" nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. È un riconoscimento transnazionale che coinvolge otto paesi europei (Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna, Svizzera) e tutela la tecnica costruttiva tramandata da secoli.

La Valtellina è una delle aree italiane più rappresentative di quest'arte, sebbene dal punto di vista formale i suoi terrazzamenti non sono inseriti nel Dossier di Candidatura.

Sopra quei muretti il Chiavennasca trova condizioni climatiche eccezionali. Il versante retico orientato a sud riceve ben oltre 1900 ore di sole all'anno.

Un tale livello di eliofania è paragonabile a quello ricevuto da Pantelleria, isola posta nel cuore del Mediterraneo, a oltre 1000 km di distanza in direzione sud.

Le Alpi Retiche bloccano i venti freddi provenienti da settentrione, mentre le Orobie schermano quelli caldi meridionali. La Breva, risalendo dal Lario, porta con sè aria tiepida che asciuga foglie e acini.

È un microclima considerabile quasi mediterraneo a 600 metri di quota, in mezzo a montagne che sfiorano i 4000 metri di altitudine.

Cinque sono le sottozone della DOCG Valtellina Superiore, ognuna con il suo carattere: Maroggia è la più occidentale, Sassella è la più celebre e tannica, Grumello è elegante e profumato, Inferno è la più calda e potente, Valgella la più orientale e fragrante. Cinque sfumature di Nebbiolo che cambiano da una curva all'altra della valle.

Brianza e Montevecchia: la Toscana della Brianza

Sulle colline brianzole, tra Lecco e Milano, la viticoltura ha una storia più discreta ma altrettanto antica. Cesare Cantù, nell'incipit del suo Carlambrogio da Montevecchia del 1836, descrive Montevecchia come "una collina, dalle falde alla cima ridente di vigne a poggio e di frutteti, di campetti e panchine a scala".

Da quella descrizione viene il soprannome di "Toscana della Brianza".

Anche qui le viti crescono su terrazzamenti, meno spettacolari ed estesi dei loro cugini valtellinesi, ma altrettanto antichi, costruiti fin dal Medioevo. I filari corrono sul ciglio dei terrazzi, esposti al sole pieno, su suoli argilloso-calcarei ricchi di minerali.

Il vento del lago si manifesta dolcemente, attenuato dalle colline, ma capace di portare freschezza nelle calde notti d'estate.

La fillossera e la grande dimenticanza

Fu così che, dopo secoli di resilienza, sopraggiunse il disastro. Nel 1879 in Italia viene accertata la presenza della fillossera, l'insetto americano che attacca le radici della vite europea.

La prima segnalazione certa è del 1875, con deperimenti nelle vigne vicino a Lecco. Quattro anni dopo, nel 1879, l'insetto viene identificato con precisione a Valmadrera (oggi LC, all'epoca provincia di Como) e ad Agrate (MI).

È il punto di partenza italiano dell'epidemia che in pochi decenni distruggerà gran parte dei vigneti europei.

Sul Lario l'effetto è devastante. La Valtellina, che nel XIX secolo aveva oltre 6000 ettari vitati, ne perde i due terzi. La Brianza, che produceva vino in quantità importanti, scelse di sostituire le viti con il gelso per allevare il baco da seta: la viticoltura locale praticamente scompare.

Solo poche aree resistettero a tale attacco, e per quasi un secolo il Lario enologico visse in completa ombra.

La rinascita: l'IGT Terre Lariane

La svolta arriva soltanto nel recente 2008. Quell'anno viene riconosciuta la denominazione IGT Terre Lariane, che copre le province di Como e Lecco e tutela una produzione che esisteva da secoli ma non aveva mai avuto un nome ufficiale.

Il Consorzio dei vini IGT di Como e Lecco si costituisce nel dicembre 2009, con sette produttori fondatori. Oggi conta circa 20 soci consorziati e oltre 80 etichette, distribuite su due aree principali: l'alto Lago di Como (con Domaso come capoluogo) e la Brianza collinare attorno a Montevecchia.

I vitigni della denominazione sono tanti: per i bianchi Chardonnay, Pinot Bianco, Riesling, Sauvignon, Trebbiano e il riscoperto Verdese; per i rossi Merlot, Cabernet Sauvignon, Barbera, Croatina, Sangiovese, Marzemino e Schiava. È una piattaforma ampelografica eterogenea che riflette la storia tormentata del territorio: dopo la fillossera ogni produttore ha piantato quello che riteneva più adatto, e oggi quella varietà è un valore.

Il Verdese merita un capitolo a parte. È un vitigno bianco autoctono del territorio comasco, dimenticato per decenni e riscoperto grazie al lavoro di ricerca del professor Leo Miglio (figlio del politologo e senatore Gianfranco Miglio) e di altri appassionati.

Iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel novembre 1996, è entrato nel Dictionnaire encyclopédique des cépages del francese Pierre Galet (École de Montpellier) nel 2000 come "Verdese di Como".

Da uva quasi estinta è oggi simbolo della denominazione: dà vini bianchi sapidi, minerali, con una nota erbacea molto riconoscibile.

Il terroir del Lario: venti, suoli, microclimi

Il segreto dei vini del Lario sta in tre fattori. Primo: i venti. La Breva sale da sud da tarda mattina fino al tramonto, asciuga foglie e grappoli, previene le muffe.

Il Tivano scende da nord all'alba (il nome viene dal francese petìt vent, piccolo vento) e porta aria fresca dalle Alpi. Questa danza quotidiana di brezze è il primo alleato del viticoltore lariano.

Secondo: i suoli. Sulle colline del Lario e in Brianza dominano i terreni morenici lasciati dai ghiacciai quaternari: detriti misti, ricchi di minerali ma poveri di sostanza organica. In Valtellina i terreni sono sabbiosi, leggeri, su matrice scistosa. Sono suoli che "stressano" la vite, costringendola ad affondare le radici in profondità e a produrre uve concentrate.

Terzo: l'altitudine e l'esposizione. Le vigne lariane stanno tra 200 e 500 metri di quota, quelle valtellinesi tra 300 e 700. Tutte rigorosamente esposte a sud o sud-est, su pendenze che in Valtellina arrivano al 60%. È viticoltura eroica nel senso letterale: si lavora solo a mano, con piccole teleferiche per portare giù i grappoli.

Cantine dove degustare i vini del Lago di Como

Alto Lago di Como

Sorsasso — Via Gaggio 1bis, 22013 Domaso (CO). Tel. +39 0344 910022. sorsasso.com Fondata nel 1997 da Anna Travi e Roberto Beltracchini, è una delle prime aziende dell'alto Lario a credere nel Verdese. Produce vini freschi, sapidi, ottimi con i pesci di lago.

Cantine Angelinetta — Via Pozzolo 16, 22013 Domaso (CO). Tel. +39 0344 490095. cantineangelinetta.com Custodi dell'eredità sperimentale del professor Leo Miglio, propongono micro-vinificazioni e bottiglie di nicchia. Visite su prenotazione, sempre.

Tenuta Montecchio — Via Montecchio Nord 29a, 23823 Colico (LC). Tel. +39 338 7499603. tenutamontecchio.com Proprietà della famiglia Riva-Venini dal 1946, ricostituita come azienda viticola nel 2012. Produce un Verdese fra i più precisi del territorio e un rosso da Merlot e Cabernet di buona personalità.

Brianza collinare

La Costa — Via Galbusera Nera 2, 23888 La Valletta Brianza (LC). Tel. +39 039 5312218. la-costa.it Fondata nel 1992 da Giordano Crippa, è oggi un riferimento per i vini brianzoli. Etichette da conoscere: Solesta (bianco da Sauvignon), Bacca da Verdese (bianco), San Giobbe (rosso da Merlot) e Brigante (rosso strutturato).

Terrazze di Montevecchia — Via Alta Collina 12bis, frazione Ghisalba, 23874 Montevecchia (LC). Famiglia Ghezzi, produzione di spumante metodo classico oltre ai vini fermi. Posizione panoramica spettacolare.

Cantina Ceresè — Via del Ceresé 13, frazione Ceresè, 23874 Montevecchia (LC). Azienda agricola integrata di 21 ettari con produzione vinicola di nicchia (circa 5000 bottiglie l'anno) e altre attività agricole. Da provare il Merlot.

L'Enoteca di Montevecchia — Largo Gaetana Agnesi 12, frazione Piazza, 23874 Montevecchia (LC). Per chi vuole assaggiare i Terre Lariane senza dover girare cantina per cantina, qui c'è la selezione più completa.

Valtellina

Nino Negri — Via Ghibellini 3, 23030 Chiuro (SO). Tel. +39 0342 485211. Fondata nel 1897 con il matrimonio di Nino Negri e Amelia Galli, ha sede nel Castello Quadrio del XV secolo. Prima cantina valtellinese a produrre lo Sfursat con appassimento naturale nel 1956. Il suo Sfursat 5 Stelle annata 2001 è stato proclamato "Miglior vino d'Italia" da più guide nazionali, e Casimiro Maule, l'enologo che lo ha creato, "Enologo dell'Anno 2007" per Gambero Rosso. Tappa obbligata per chi vuole capire la Valtellina.

Ar.Pe.Pe. — Via Buon Consiglio 4, 23100 Sondrio. Tel. +39 0342 214120. La famiglia Pelizzatti Perego coltiva nebbiolo di montagna dal 1860; l'azienda attuale è nata nel 1984 quando Arturo Pelizzatti Perego ha rilevato i vigneti di famiglia. Tredici ettari, ottantamila bottiglie, vini di precisione assoluta. I Valtellina Superiore di Sassella e Grumello sono fra i nebbioli di montagna più eleganti d'Italia.

Bellagio

CavaTuracciolo — Salita Genazzini 3, 22021 Bellagio (CO). Non è una cantina ma un'enoteca con oltre 300 etichette, molte del territorio. Il posto giusto per fare un giro orizzontale del Lario in una sera sola.

Domande frequenti sui vini del Lago di Como

Quale è il vino tipico del Lago di Como?

I vini tipici del Lario rientrano nella denominazione IGT Terre Lariane, riconosciuta nel 2008. I più caratteristici sono i bianchi da uva Verdese (autoctona), Riesling, Sauvignon e Chardonnay, e i rossi da Merlot, Cabernet e Marzemino.

Per i grandi rossi di montagna ci si sposta in Valtellina, dove regna il Nebbiolo (qui chiamato Chiavennasca) nei Valtellina Superiore DOCG e nello Sforzato di Valtellina DOCG.

Si può visitare una cantina sul Lago di Como?

Sì. Le cantine principali (Sorsasso, Cantine Angelinetta, Tenuta Montecchio sull'alto Lago; La Costa, Terrazze di Montevecchia in Brianza) accolgono visitatori su prenotazione, spesso con degustazione abbinata a salumi e formaggi locali.

Qual è la differenza tra Valtellina Superiore e Sforzato di Valtellina?

Entrambe sono DOCG, entrambe a base di Nebbiolo (Chiavennasca). Il Valtellina Superiore è un nebbiolo secco affinato almeno 24 mesi, con cinque sottozone (Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno, Valgella).

Lo Sforzato di Valtellina è ottenuto da uve appassite naturalmente in fruttaio per almeno tre mesi, una tecnica simile all'Amarone ma su Nebbiolo: nasce un rosso secco potente, intenso, da invecchiamento.

Quando si fa la vendemmia sul Lago di Como?

Sul Lario e in Brianza la vendemmia inizia in genere a fine agosto per i bianchi precoci e prosegue fino alla prima metà di ottobre per i rossi. In Valtellina, per l'altitudine, si vendemmia più tardi: da metà settembre fino a metà novembre per le uve destinate allo Sforzato.

Cosa significa Chiavennasca?

È il nome dialettale valtellinese del Nebbiolo, deriva probabilmente da chiavenasca o ciu venasca ("la più vinosa"). Le analisi genetiche hanno confermato che si tratta dello stesso vitigno del Nebbiolo piemontese, ma adattato alle condizioni alpine.

conclusione

Duemila anni di pazienza scritti nella pietra. Il Lario enologico non è una scoperta recente: è una memoria che torna a parlare, dopo essere stata zittita dalla fillossera e dall'industrializzazione.

I muretti a secco della Valtellina e i terrazzamenti della Brianza sono cattedrali silenziose costruite dai contadini, una pietra alla volta. I vini che ne escono oggi sono il risultato di quel lavoro millenario, di quella fatica trasformata in luce liquida nel bicchiere.

Salute.


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