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14 Maggio 2026

La Greenway del Lago di Como

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Lorenzo Bradanini e Lorenzo Tettamanti

Tempo di lettura: 8 minuti

















Sulla Greenway del Lago di Como

La Greenway del Lago di Como è uno di quei percorsi che non si limitano a condurre da un punto all’altro: ti trasformano. Dieci chilometri che scorrono come un racconto lento, tra borghi sospesi, giardini botanici, ville da film e tratti di antica Via Regina.

È un itinerario che unisce la grazia del paesaggio italiano alla profondità della storia, la monumentalità delle architetture ottocentesche alla semplicità dei nuclei rurali. Un cammino che sembra scritto per chi ama viaggiare con lo sguardo, con il passo, con il cuore.

l’inizio del viaggio e il respiro della Via Regina

La Greenway inizia ufficialmente a Colonno, un borgo che conserva ancora l’impianto medievale fatto di vicoli stretti, case addossate e passaggi coperti. Qui il lago è vicino, quasi domestico: si sente il rumore delle barche che oscillano, il profumo dell’acqua che risale dalle pietre, la voce dei pescatori che rientrano all’alba.

La prima parte del percorso segue l’antica Via Regina, una strada romana che da sempre collega la città di Milano alle Alpi e all’Europa centrale.

Per secoli essa è stata un corridoio commerciale, culturale e linguistico: lungo questo tracciato sono passati mercanti, pellegrini, eserciti, architetti, artigiani.

Camminare qui significa entrare in un dialogo con il passato. Ogni pietra, ogni curva, ogni muretto racconta una storia di passaggi e di incontri.

Colonno è anche il primo assaggio della verticalità del Lario: case che si arrampicano sulla montagna, terrazze coltivate a ulivi, scorci improvvisi sul lago. È un paesaggio che costringe a guardare in alto e in profondità, a seguire la linea delle montagne che scendono ripide verso l’acqua.

Sala Comacina e Ossuccio: borghi sospesi tra acqua e cielo

Dopo Colonno, la Greenway si apre come una parentesi luminosa verso Sala Comacina, uno dei borghi più fotogenici del lago. Le case color pastello sembrano adagiate sull’acqua, come se il lago stesso le sostenesse.

Le facciate si specchiano nella superficie calma del Lario, e ogni finestra, ogni balcone, ogni gradino che scende verso la riva racconta una storia di vita quotidiana, di pesca, di attese, di partenze.

Di fronte, quasi sospesa in un silenzio che non appartiene al mondo moderno, appare l'Isola Comacina. Si tratta di un lembo di terra che sembra galleggiare tra passato e presente, un luogo dove la storia non è un ricordo, ma una presenza.

Le rovine medievali emergono tra gli ulivi secolari, le chiese romaniche si nascondono tra le fronde, e la vegetazione, sorprendentemente mediterranea, profuma di Liguria più che di Lombardia.

L’isola possiede un' attrazione particolare, quasi magnetica: chi la osserva da riva percepisce immediatamente che qui il tempo scorre in modo diverso, più lento, più profondo.

Proseguendo, la Greenway si arrampica dolcemente verso Ossuccio, seguendo un sentiero che si insinua tra ulivi, muretti a secco e piccoli orti che guardano il lago dall’alto.

È un tratto in cui il paesaggio si fa più intimo, più raccolto, come se volesse preparare il viaggiatore a qualcosa di speciale. E infatti, sopra il borgo, appare il Sacro Monte della Beata Vergine del Soccorso, un complesso devozionale che sembra sospeso tra cielo e acqua.

Il percorso che conduce al santuario è punteggiato da cappelle barocche, ognuna dedicata a un episodio della vita di Maria. Camminare qui significa entrare in un ritmo diverso: il silenzio diventa più denso, quasi fisico; il lago, visto dall’alto, sembra un mare immobile; le montagne, improvvisamente vicine, creano un abbraccio naturale che amplifica ogni sensazione.

È uno dei punti più spirituali dell’intera Greenway, non per la religiosità in sé, ma per l’atmosfera che si respira: un equilibrio perfetto tra natura, architettura e luce. Qui il cammino non è solo movimento, ma ascolto. E ciò che si ascolta non è un suono preciso, ma una presenza: quella del lago, della storia, del tempo che scorre e allo stesso tempo resta.

Lenno e Tremezzo: dove il lago si fa dolcezza, eleganza e meraviglia

Dopo Ossuccio, la Greenway scivola verso Lenno, e il paesaggio cambia tono, come se il lago decidesse di mostrarsi nella sua versione più dolce.

Il Golfo di Venere appare all’improvviso, una baia morbida e luminosa in cui l’acqua sembra respirare più lentamente, quasi volesse invitare il viaggiatore a fermarsi, a sedersi su un muretto, a lasciarsi attraversare dalla quiete.

È un tratto in cui il Lario si fa gentile, accogliente, quasi mediterraneo. Poco oltre, tra curve di sentiero e profumo di ulivi, emerge Villa del Balbianello, una visione che sembra uscita da un film, e non a caso lo è: le sue logge eleganti, i giardini scolpiti, la posizione scenografica che domina il lago l’hanno resa protagonista di set internazionali e reportage fotografici.

Balbianello non è solo una villa: è un manifesto della bellezza italiana, un equilibrio perfetto tra architettura, natura e luce. Tornando verso il lungolago di Lenno, il cammino si fa intimo e romantico: giardini curati, piccole darsene, pontili in legno che si allungano sull’acqua, scorci che cambiano a ogni passo come fotogrammi di un film d’autore.

È uno dei tratti più contemplativi della Greenway, ideale per una pausa, un caffè, un momento di silenzio.

Il Lario che si apre, tra autenticità e meraviglia finale

Dopo la dolcezza di Lenno, la Greenway entra a Mezzegra, e il paesaggio cambia respiro. Qui il lago si fa più intimo, più domestico, quasi segreto.

Le corti antiche si aprono come piccole stanze all’aria aperta, gli orti affacciati sull’acqua raccontano una quotidianità fatta di gesti semplici, i pergolati filtrano la luce del pomeriggio e i terrazzamenti coltivati disegnano linee pazienti sulle pendici della montagna.

È un tratto che profuma di autenticità: case in pietra che resistono al tempo, portici che proteggono dal sole, piccoli lavatoi pubblici dove un tempo si intrecciavano storie, voci, comunità. A Mezzegra il Lario mostra il suo volto più vero, quello che non si concede ai viaggiatori frettolosi.

Poi, quasi senza accorgersene, il cammino scorre veloce verso Tremezzo, e il paesaggio si fa di nuovo scenografico, quasi teatrale. Le facciate liberty, le palme, le essenze esotiche raccontano la stagione in cui il Lago di Como era il buen retiro dell’ alta aristocrazia europea, un luogo di villeggiatura raffinata e cosmopolita.

Al centro di questo scenario si impone decisa Villa Carlotta, con il suo parco botanico di 70.000 metri quadrati: in primavera un’esplosione di camelie, azalee, rododendri e magnolie, mentre all’interno le opere di Canova, Hayez e Thorvaldsen intrecciano arte e paesaggio in un dialogo perfetto.

Il lungolago di Tremezzo è una passerella naturale: giardini all’italiana, scalinate che scendono verso l’acqua, terrazze panoramiche ideali per ammirare il tramonto, palme e piante esotiche che aggiungono un tocco quasi tropicale.

È la parte della Greenway che più sembra uscita da un servizio fotografico di una rivista di viaggio: elegante, luminosa, irresistibilmente fotogenica.

Superato Tremezzo, il sentiero inizia a salire leggermente verso l’interno, e l’ultimo tratto si trasforma in un crescendo visivo. Tra ulivi e muretti a secco, il lago appare a tratti come una lama di luce, le montagne scendono ripide fino all’acqua, i campanili emergono come punti di riferimento in un mosaico di verde e azzurro.

L’arrivo a Griante è un’apertura, un respiro ampio: da qui il centro lago si mostra in tutta la sua iconicità, con Bellagio al centro come una gemma, la biforcazione del Lario che si divide in due bracci perfetti e le cime che incorniciano l’acqua come quinte teatrali.

È uno dei punti panoramici più intensi e memorabili del Lago di Como, un luogo che condensa in un solo sguardo l’essenza della Greenway: verticalità, luce, armonia.

Il passo che resta

Alla fine della Greenway, quando il sentiero si allarga e il lago torna a mostrarsi senza più veli, non resta soltanto il paesaggio: resta qualcosa di più sottile, più intimo, quasi impercettibile.

Resta una sensazione che non si lascia definire facilmente, come un’eco che continua a vibrare anche quando il cammino è terminato. È la consapevolezza di aver attraversato un luogo che non si limita a essere guardato, ma che si lascia ascoltare, respirare, abitare.

Un luogo che vive di dettagli, come ad esempio una pietra consumata, un ulivo piegato dal vento, un riflesso improvviso sull’acqua, e che proprio in quei dettagli rivela la sua anima.

Il lago, che lungo il cammino ha giocato a nascondersi tra case, muretti e curve, qui si rivela intero, come un sipario che si apre lentamente su una scena finale. La luce si distende sull’acqua come una carezza, le montagne scendono ripide fino alla riva, la brezza porta con sé un profumo sottile di legno bagnato e vegetazione mediterranea.

Tutto sembra dire che il viaggio non finisce davvero: che ciò che hai visto non è solo un paesaggio, ma un modo di guardare il mondo che ti rimarrà addosso.

La Greenway, con i suoi dieci chilometri di storia, silenzi e meraviglia, rimane come un invito a tornare. A ripercorrere gli stessi passi in un’altra stagione, con un’altra luce, in un altro momento della vita. A scoprire come il lago cambia, come cambia il tuo sguardo, come cambia il modo in cui ti lasci sorprendere.

Perché il Lago di Como non si visita: si abita, lentamente, un passo alla volta, lasciando che sia lui a dettare il ritmo. E quando te ne vai, una parte di te rimane lì, sospesa tra acqua e cielo, in attesa del prossimo ritorno.


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