Un territorio, non una cartolina
Alle sette di un mattino di fine giugno, il battello che lascia Como in direzione Cernobbio scivola su una superficie che, per qualche istante, non appartiene del tutto all’acqua.
Il lago è immobile, denso, quasi lucido come metallo levigato. La prua lo sfiora e lo apre con una scia sottile, fragile, che resta sospesa come un segno temporaneo prima che la superficie si richiuda lentamente, cancellando ogni passaggio.
Le ville lungo la riva appaiono ancora addormentate. Le persiane abbassate, i giardini fermi, senza voce. Anche il suono del motore sembra distante, filtrato dalle montagne che trattengono ancora, sulle pareti orientali, l’ultima luce smorzata della notte.
In quell’ora il lago sembra sospeso fuori dal turismo e persino fuori dal tempo. I tavolini sono ancora vuoti. I moli quasi deserti. Solo qualche figura isolata attraversa le banchine: chi apre un bar, chi sistema corde e parabordi, chi guarda l’acqua come se dovesse interpretarla prima dell’inizio della giornata.
L’aria porta ancora una freschezza alpina che a mezzogiorno sparirà completamente. È uno dei contrasti più sorprendenti del Lago di Como: la capacità di oscillare continuamente tra mondo mediterraneo e paesaggio montano, tra eleganza internazionale e vita locale estremamente concreta.
In questo intervallo sospeso, il Lago di Como sembra appartenere solo a se stesso.
Poi, lentamente, cambia.
Nel giro di due ore la scena si ricompone in un ordine completamente diverso. I battelli si moltiplicano, si incrociano, si sfiorano in una coreografia continua e silenziosa. Taxi-boat privati, gruppi che si raccolgono sui moli, fotografi in attesa, auto nere che arrivano senza rumore, lingue diverse che si sovrappongono nell’aria già più calda del mattino.
Il lago si accende.

